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Intervista rilasciata all’amico Carlo Biffani di SCG per la rivista di settore Tactical News Magazine uscita nel mese di Dicembre 2011…

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Intervista rilasciata all’amico Carlo Biffani di SCG per la rivista di settore Tactical News Magazine uscita nel mese di Dicembre 2011 sulla vicenda della nave Italiana Montecristo attaccata dai pirati somali nell’Oceano Indiano,due dei quattro membri del SECURITY  TEAM  sono Alessio Mascherana e Carlo Di Folco D.T.O. della DSA ,tutta la storia nei particolari

Carlo Biffani

 

Durante lo scorso mese di novembre l’ennesimo attacco contro una nave mercantile italiana, la Montecristo dell’armatore D’Alesio, sostenuto da quelli che genericamente definiamo “pirati somali” ha avuto risvolti diversi dal solito, tali che per certi aspetti potrebbero essere definiti epocali rispetto al susseguirsi dei fatti che avvengono solitamente e che purtroppo culminano nella maggioranza dei casi nel sequestro della nave e del suo equipaggio. In questo caso abbiamo assistito invece, ad una serie di accadimenti che rappresentano a mio parere, nella loro unicità, la pietra angolare di quella che mi auguro possa sempre più frequentemente diventare la fattiva collaborazione fra armatori ed aliquote di security. Nel caso preso in esame, infatti, dopo l’abbordaggio ed il conseguente scampo da parte di tutto l’equipaggio all’interno della zona fortificata denominata “cittadelle”, per oltre 24 ore i pirati hanno tentato in tutti i modi di forzare l’accesso dell’area protetta, senza però riuscire nel loro intento nonostante i numerosi tentativi effettuati avvalendosi persino dell’utilizzo di cariche esplosive. Solo la capacità professionali dell’equipaggio e del team di security e la loro comune volontà di difendersi, hanno fatto si che dopo più di un giorno di strenua resistenza, sia stato reso vano il tentativo di sequestro e si sia arrivati all’arresto dei pirati da parte delle sopraggiunte forze di sicurezza. In questo caso, il vero valore aggiunto rispetto ai protocolli solitamente attuati e dettati dalle BMP (Best Manegement Practics) è stato quello della presenza a bordo di un team di security, che pur se non armato, ha reso possibile l’ottenimento del massimo risultato, ed è su questo particolare aspetto che vogliamo concentrare la nostra attenzione. La ricostruzione dei fatti, si baserà perciò sul racconto di Alessio Mascherana e Carlo Di Folco, due dei componenti di quella aliquota, operatori che conosco da molti anni ed ai quali sono legato da una sincera amicizia oltre che da un rapporto professionale.

Alessio, Carlo vorreste per iniziare raccontarci quanti eravate a bordo ad occuparvi di sicurezza e come eravate arrivati ad ottenere l’incarico?

Carlo – Eravamo un team di 4 operatori, tutti italiani ed oltre a me ed a Alessio c’erano, il Team Leader Pietro Marras e Massimiliano “Max” Sassi. Tramite una nostra conoscenza, io, Alessio ed altri colleghi, siamo stati presentati al C.A.V. di Parma. Abbiamo successivamente fatto conoscenza con il titolare, che ci ha illustrato la situazione lavorativa già avviata da qualche mese a bordo di navi italiane, per quanto riguardava ovviamente la sfera della sicurezza marittima. Convinti dalla proposta, di li a poco abbiamo partecipato ad una sessione formativa della durata di 3 giorni, necessaria a qualificarci come Consulenti Formatori, una qualifica interna alla struttura dalla quale eravamo stati ingaggiati, in materia di antipirateria marittima. Insomma, il nostro lavoro sarebbe stato quello di coadiuvare l’attività del comandante e dell’equipaggio in materia di prevenzione aiutarli ad approntare le difese passive, preparare un piano di evacuazione di emergenza e provvedere alla sorveglianza ed all’avvistamento oltre che alla emanazione di procedure operative.

Quale era stata l’accoglienza riservatavi dall’equipaggio e come avevate trascorso i giorni di navigazione in avvicinamento alla zona rossa?

Carlo – Ci siamo imbarcati la notte del 1° di ottobre alle 01.00 a Suez con un motoscafo di un agenzia locale. Saliti a bordo ci ha ricevuto il Comandante Diego Scussat, che da subito è stato cordiale e molto rispettoso dei ruoli e delle competenze, facendoci davvero un ottima impressione per le doti di umiltà, professionalità e simpatia dimostrate. Non è stata davvero cosa di poco conto poter contare su un professionista di così alto livello ed avere al comando un uomo di quella pasta è stato per noi da subito un gran sollievo. Il nostro rapporto pur se improntato al rispetto dei ruoli e delle competenze è stato tutt’altro che formale. Da parte del resto dell’equipaggio abbiamo subito notato ammirazione e rispetto nei nostri confronti e, perché no, abbiamo percepito immediatamente un pizzico di serenità nel vederci li all’opera accanto a loro. Abbiamo immediatamente pianificato una serie di briefing sia tra noi del team di security  che con il Comandante, analizzando anzitutto le criticità della nave così da approntare le modifiche necessarie anche alla creazione di una possibile area sicura. I restanti giorni prima della HRA abbiamo approntato con l’aiuto dell’equipaggio l’installazione delle difese passive (concertina, idranti, preclusione di alcuni accessi, posizionamento di barriere fisiche), oltre che verificato le procedure di drill del Team di Security in caso di attacco e di ricovero dell’equipaggio in cittadella. Abbiamo inoltre provveduto all’approntamento delle risorse per la vita in cittadella, controllando gli equipaggiamenti personali e nei ritagli di tempo, come sempre ci siamo “concessi” la nostra dose di condizionamento fisico quotidiano.

Vi erano stati segnali precedentemente al tentativo di sequestro, di possibili attività di acquisizione di informazioni sul vostro conto da parte di eventuali compagini ostili?

Alessio – Ovviamente si. Avevamo avuto numerosi avvistamenti di imbarcazioni di presunti pescatori ferme e vicine tra loro a circa 10 Miglia da noi, con AIS spento o inesistente e, con un fondale di circa 1000 mt potevamo considerarli realmente pescatori o piuttosto acquisitori? Non abbiamo subito avvicinamenti o giri di ricognizione come a volte accade in quelle zone di mare, ma una notte forse la prima dopo essere usciti dal corridoio di sicurezza e quindi senza scorta della Marina Militare, proprio mentre effettuavo il turno di notte (i turni erano di 8 h per operatore, 4 h sul ponte di comando e 4 h di pronto impiego) dovetti procedere con una attivazione del mio pronto impiego, così da invitarlo a raggiungermi velocemente sul ponte perché avevo avvistato un barchino che transitava molto lentamente da dritta, in direzione opposta alla nostra a circa 200 mt da noi a luci spente, forse per testare la qualità della nostra risposta. Mi risulta infatti difficile immaginare che si trattasse di aspiranti suicidi che rischiavano una collisione con noi! Comunque in seguito ho saputo che questa dell’acquisire possibili obiettivi anche di notte, sarebbe una pratica diffusasi negli ultimi tempi.

Arriviamo al giorno dell’attacco. In quale tratto di mare vi trovavate? Come si è palesata la minaccia e quanto tempo è passato da che avete preso consapevolezza del pericolo a che siete stati fatti oggetto dei primi colpi di arma da fuoco?

Alessio – Ci trovavamo nell’Oceano Indiano a circa 620 Miglia ad est delle coste Somale in direzione dello Sri Lanka, più o meno a metà della tratta. Io ero di pronto impiego, avevo fatto la notte, e venni chiamato da Max che mi informò del fatto che il radar tracciava un imbarcazione a circa 12 nm da noi con AIS spento. A questo punto qualcuno di noi si preoccupò di effettuare l’attività di monitoraggio della nave sospetta, sia attraverso il radar che grazie al binocolo, minaccia rivelatasi successivamente essere realmente una nave madre. Contemporaneamente l’ufficiale sul ponte faceva effettuare una manovra di allontanamento per aumentare la distanza tra la nostra e la loro imbarcazione e verificare una loro eventuale reazione. Il secondo campanello d’allarme suonò nelle nostre menti allorché costatammo che la nave madre manteneva più o meno la stessa distanza, quindi ci trovavamo davvero di fronte ad una inequivocabile manovra di avvicinamento. Alle h 07:20 c.a. raggiungevo Max sul ponte di comando, ed insieme verificavamo che a poco meno di 10 mg la nave madre aveva sganciato un barchino che procedeva veloce verso la nostra direzione. A quella distanza e con il solo binocolo, il barchino spariva e riappariva in mezzo alle onde e riuscivamo a malapena a distinguerne il colore. A questo punto anche il resto del team veniva allertato e ci trovavamo già tutti pronti sul ponte di comando. La manovra di avvicinamento del barchino durò poco più di mezzora, mentre noi intanto seguivamo le istruzioni programmate in caso di attacco ed emanate in tempo reale dal Team Leader Marras. Mentre discutevamo sul da farsi, il tempo sembrava dilatarsi. Abbiamo quindi deciso di palesare la nostra presenza immaginando che gli assalitori potessero avere un ripensamento vedendoci a bordo, o che almeno una loro eventuale indecisione sul da farsi, ci avrebbe potuto dare qualche piccolo vantaggio in termini di tempo. Arrivati alla distanza di circa 250/300 mt riuscivamo a distinguere i 5 somali a bordo dello skift che proveniva da poppa alla nostra sinistra. Giusto il tempo di iniziare a scorgerne i lineamenti che questi iniziarono ad esplodere i primi colpi di AK con raffiche mirate e discriminate che si infilavano sulle sovrastrutture della nave a non più di 3 mt dalle nostre teste. Dopo un repentino cambio di direzione verso la dritta, l’atteggiamento degli assalitori cambiò in peggio perché i pirati spararono il primo RPG che andò a colpire il fumaiolo, fortunatamente senza creare danni irreparabili.

Quali sono state a questo punto le disposizioni che avevate pianificato e che avete messo in atto?

Alessio – La prima cosa che ha cercato di fare il Comandante è stata quella di effettuare una manovra evasiva ma il barchino dei pirati era toppo veloce per permetterci di ricavare qualche vantaggio dal cambiamento di velocità e di rotta. Quando il gruppo di assalitori era ormai ad una distanza di 3 nm, tutto l’equipaggio tranne il Comandante, i 2 ufficiali italiani, ed il team di sicurezza, veniva fatto ricoverare in cittadella mentre all’entrata della stessa c’era uno degli ufficiali russi che spuntava la lista dei nominativi accertandosi che tutti fossero al sicuro. A questo punto si verificò un episodio dai risvolti clamorosi e per certi aspetti comici (e che in caso di presenza a bordo di personale armato, avrebbe deciso in men che non si dica le sorti del confronto a favore del team di sicurezza N.d.A): il barchino degli assalitori finì il carburante, ma nonostante il momentaneo stop da parte dei nostri nemici non festeggiammo poiché conoscevamo bene il loro modus operandi e sapevamo che da li a poco avrebbero fatto rifornimento con delle taniche di benzina che avevano a bordo e ripreso l’avvicinamento. Difatti così fu, tanto che i pirati ripartirono e ci raggiunsero a dritta, a circa 20 mt dalla murata della nave, facendoci a gran gesti segno di fermarci. Ora si che li potevamo distinguere chiaramente! Nel frattempo un ufficiale riusciva a passare il governo della nave e le comunicazioni, dalla plancia comando alla cittadella. Il Comandante stava già mandando gli allarmi via radio e via telefono satellitare, sia alla compagnia che agli organi preposti al controllo ed alla sicurezza della navigazione, comunicando che da li a poco ci saremmo rifugiati in cittadella poiché l’attacco era pesante ed i pirati erano da subito passati alle vie di fatto tanto che il Team Leader Marras, che in quel momento faceva da spotter ci comunicò che gli assalitori stavano caricando un altro RPG. Io e Max eravamo vicini agli ufficiali pronti ad evacuarli e Carlo in prossimità di Marras, quando quest’ultimo urlando ci avvisò che i pirati avevano appena lanciato, proprio verso il ponte di comando dove ci trovavamo in quel momento, il secondo Rpg! In un attimo abbandonammo la sala tirando letteralmente via gli ufficiali che erano con noi mentre Carlo e Marras ci raggiungevano sulle scale in “zona sicura”. Il tipico rumore dell’RPG in arrivo e poi il successivo boato, ci fecero chiaramente capire che la zona nella quale ci trovavamo tutti sino ad un attimo prima, era stata pesantemente colpita. Ci precipitammo letteralmente tutti quanti in cittadella mentre udivamo altri colpi di RPG che raggiungevano il ponte di comando.

Una volta chiusi nella cittadella, come avete organizzato le attività e come avete gestito la tensione?

Carlo – La cittadella era già stata approntata precedentemente all’arrivo in HRA con scorte di viveri, medicinali e brandine da campo, oltre che resa idonea alla gestione della navigazione attraverso l’installazione di comandi remoti. L’area comprendeva 2 locali, ovvero sala macchine e sala timoneria. Se necessario sarebbe stato possibile separare ulteriormente le aree dividendole grazie ad una porta di sicurezza. Dopo i primi momenti concitati ed una volta constatato che i pirati erano riusciti a salire a bordo grazie all’accesso al fumaiolo da dove avevamo la possibilità di sfruttare una sorta di “finestra” sull’esterno, (avevamo costruito uno specchio legato ad un bastone per vedere ai lati del fumaiolo) il Comandante prese la decisione di dirigere la nave verso l’Oman in modo da permettere ai soccorritori di capire che avevamo ancora il governo della stessa visto che non stavamo puntando verso le coste somale. Va purtroppo specificato che non potevamo comunicare con l’esterno in nessun modo, in quanto il commando di pirati aveva subito una volta entrati in plancia comando, distrutto lo switch degli apparati radio verso la cittadella. In realtà anche i radar e la girobussola erano stati messi fuori uso tanto che per tutto il periodo successivo navigammo alla cieca mentre l’ufficiale pilotava la nave a mano dalla sala timoneria. Immaginate che per vedere in quale direzione procedessimo, usavamo un gps ed un pc che fortunatamente aveva con se un ufficiale russo! I tecnici riuscirono comunque ad accendere le luci esterne di emergenza. Verificammo che tutte le modifiche agli accessi fossero funzionanti e ne modificammo ulteriormente alcune. Abbiamo organizzato da subito i turni di osservazione sul fumaiolo con l’aiuto dei russi (alcuni ex militari) e ci colpì molto il fatto che anche il Comandante venisse lassù con noi. Vorrei sottolineare che li in quell’ambiente era un inferno, con una temperatura che si aggirava attorno ai 70 gradi per cui non si poteva resistere più di mezz’ora! Per infondere tranquillità all’equipaggio ci mostravamo sereni ed ottimisti anche attraverso il ricorso a modi di interagire ed a gestualità atte ad infondere positività, magari scherzando o facendo, a volte, qualche battuta. Per ciò che riguarda noi del team di security, abbiamo semplicemente cercato di liberare la mente dai pensieri negativi e dal soffermarci sulle personali immagini affettive facendoci forza l’uno con l’altro. Siamo riusciti anche a riposare tra un turno e l’altro e pensandoci oggi devo riconoscere che probabilmente non c’era troppo tempo per fermarsi ad avere paura!

Siamo arrivati alla notte. Con il passare delle ore e dopo quasi un giorno di “attività” come si comportavano gli assalitori?

Alessio – I pirati, dopo aver tentato con ogni mezzo, ininterrottamente sino a notte inoltrata, la forzatura dei più disparati e possibili accessi alla cittadella, forse esaurito l’effetto del kath o anche solo per indurci ad uscire con la falsa illusione che loro non fossero più a bordo, non producevano più alcun rumore e per quanto fossimo in religioso silenzio, non riuscivamo più ad udire nessun tipo di attività. Durante la notte ero di guardia sul fumaiolo ed avvistai una nave che procedeva a dritta in senso contrario al nostro, ma non sparai il razzo di segnalazione per paura di palesare ai pirati la nostra presenza all’interno dello stesso. Difatti di giorno era capitato a Carlo, che si trovava nella mia stessa posizione insieme ad un russo dell’equipaggio, di essere fatto oggetto di una raffica di AK sulle grate del fumaiolo, perché avvistato dai pirati. Fortunatamente non vi fu bisogno di lanciare il razzo di segnalazione perché un tecnico aveva ripristinato le luci d’emergenza e la petroliera comunicò la nostra posizione agli organi di competenza, come ci fu raccontato in seguito.

Raccontateci cosa avete provato quando finalmente avete avuto sentore che vi fossero forze amiche in prossimità della vostra nave.

Carlo – Non si trattò di una sensazione ma di una certezza poiché l’avvistamento della nave della Marina Militare americana avvenne quando la stessa era ormai a poche centinaia di metri da noi, visto che dal fumaiolo riuscivamo a vedere bene la nostra poppa ma non altrettanto bene le zone a lato della nave. Sicuramente, anche se pur provati fisicamente vista la stanchezza e qualche ferita procuratasi da Alessio e Marras durante il lancio di un razzo di segnalazione e con me ustionato alle mani per aver salito una scaletta del fumaiolo senza guanti, la forza ed il morale tornarono immediatamente alti, tanto che ci scatenammo tutti ingegnandoci per trovare un modo di comunicare la nostra situazione alla nave in soccorso. Il Comandante scrisse un cartello che fissammo sul fumaiolo in cui spiegavamo che eravamo tutti in cittadella, in buono stato e che a bordo c’erano 11 pirati. Sventolammo anche lenzuoli bianchi mentre facevamo i segnali di s.o.s. con la torcia, poi, preoccupati che forse i soccorritori non leggessero bene il cartello di “spiegazioni” su dove fossimo chiusi, gettammo in mare una bottiglia di plastica con una luce stroboscopica dei giubbetti salvagente, con all’interno lo stesso messaggio del cartello. Infine calammo una delle nostre radio in dotazione, con una corda. Una volta fermate le macchine, doveva essere palese per i militari che fossimo noi a governare la nave. Proprio in quel momento i pirati tentarono il tutto per tutto e ricominciarono con ogni mezzo nel tentativo di forzare l’accesso alla cittadella. Ricordo che li sentivamo parlare da dietro quella lastra di metallo, e da li a poco sentimmo uno strano frastuono. Fu allora che capimmo che stavano provando a stanarci con l’esplosivo. Ci chiudemmo allora in timoneria, ambiente decisamente diverso da quello della sala macchine. A quel punto non potevamo più accedere al fumaiolo, non c’era aria condizionata ne wc (solo quello chimico) e nessun’altra comodità ma soprattutto c’erano molto caldo e rumore, A quel punto della storia eravamo tagliati fuori di brutto! Il morale calò bruscamente poiché sapevamo che se a bordo della nave militare non ci fossero state forze abilitate alle azioni di incursione e di liberazione ostaggi nessuno avrebbe autorizzato l’intervento in nostro soccorso e comunque conoscendo a grandi linee i tempi tecnici necessari ad organizzare un blitz, ci prese un poco di sconforto. Passarono diverse ore durante le quali i pirati, che intanto erano entrati in possesso di una delle nostre radio, ci comunicavano di stare tranquilli ed aprire provando a passare per elementi della Marina Militare! La speranza si riaccese quando dai rumori e dalla concitazione delle azioni che potevamo solo intuire si stessero verificando fuori dal nostro rifugio, capimmo che qualcuno era davvero giunto in nostro soccorso. Si trattava degli SBS Inglesi arrivati poco dopo la nave americana, che assaltarono la nave catturando tutti ed 11 i pirati ed una volta recuperata la radio che avevamo calato dal fumaiolo, ci comunicarono che venivano ad aprirci. L’accento inconfondibile ci rassicurava ma noi del team di security, da bravi paranoici, continuavamo a temere qualche ulteriore scherzo dei pirati. La sorpresa mista a felicità prese il sopravvento e l’entusiasmo fù davvero indescrivibile, quando da una botolina passacavi verificammo che erano arrivati i nostri. Potevamo finalmente cantare vittoria!

Siete operatori di security da diversi anni. Vi siete addestrati numerose volte ed in diverse situazioni per reagire in maniera ordinata ad una situazione di pericolo come quella di cui siete stati protagonisti. Cosa passa davvero nella testa di chi si trova sotto una così grave minaccia? A posteriori, quali aspetti ritenete che dovrebbero caratterizzare il training di chi fa il nostro lavoro?

Alessio – innanzitutto devo ringraziarti perché in qualità di mio primo istruttore in questo settore nel ‘96, con la tua professionalità ed il tuo carisma, hai incentivato la mia volontà a continuare il mio percorso formativo e professionale. Da allora ad oggi ho avuto molteplici esperienze sia professionali che formative, non solo in Italia ma anche all’estero. Credo nell’importanza delle esperienze sul campo ma ritengo che sia irrinunciabile l’aspetto formativo. Bisogna formarsi ad alto livello per comprendere quali sono gli steps da seguire per organizzare al meglio un servizio più o meno complesso. Bisogna essere curiosi, qualsiasi sia il proprio incaric, e per ottenere buoni risultati dobbiamo informarci, aggiornarci sulle tecniche e sulle risorse tecnologiche che evolvono continuamente. Bisogna assolutamente tenersi al passo. La formazione non deve contraddistinguere solo i primi anni di attività e poi farci erroneamente ritenere che non sia più necessario studiare perché ormai si è appreso tutto, così come non può essere orientata unicamente verso competenze di tipo combat! Personalmente continuo il mio training e mi aggiorno ogni volta che posso, anche con te e non mi sentirò mai arrivato. Ho avuto diverse esperienze formative sia in Italia che all’estero, con strutture che operano in contesti totalmente diversi, cosi da fare in modo che possa avere un bagaglio di nozioni diversificate, da modulare a seconda delle diverse fasi applicative. Il fatto e’ che l’operatore non solo deve avere un’ottima preparazione nelle materie concernenti la difesa attiva e le tecniche di combattimento od in altre attività pratiche, ma deve soprattutto acquisire appieno tutto quello che riguarda l’organizzazione del sistema di protezione, le procedure, l’analisi dei rischi, l’intelligence, la sorveglianza e la contro-sorveglianza, oppure aspetti tra i più disparati come ad esempio quelli che riguardano il body language o la psicologia applicata al comportamento criminale. Come poi non interessarsi ad altri settori quali quelli medici e paramedici oppure a segmenti riguardanti la comunicazione? Certo è che bisogna provare ad avere un elasticità mentale tale da permetterci di adattarci alle più diverse situazioni. Sicuramente devo molto all’allenamento in condizioni di stress indotto, metodo che in molti utilizziamo non solo per le attività inerenti il tiro o più in generale il combattimento, ma anche come approccio alla preparazione fisica affinché l’organismo si abitui a lavorare nella zona di criticità sia a livello muscolare che psicologico cosicché il corpo riconosca successivamente la situazione critica per quello che realmente rappresenta. Solo attraverso questo tipo di approccio, in un momento di criticità si può reagire, utilizzo una tua metafora, “in maniera ordinata” e prendere decisioni senza rischiare di bloccarsi. Il lavoro sotto stress mi ha permesso di dare una risposta migliore in quei momenti di concitazione ed a dire il vero, abbiamo tutti risposto molto bene, sia quando eravamo sotto il fuoco, sia nei momenti in cui eravamo in cittadella nei quali ormai l’adrenalina era scesa e la mente era più libera di pensare e soprattutto di prefigurare scenari. Abbiamo cercato di liberarci dai cattivi pensieri e continuato a fare il nostro lavoro anche li dentro. Il problema vero credo, possa essere stato quello che ognuno di noi si sia trovato a riflettere sulle altre navi italiane attualmente sotto sequestro e che in caso di cattura, non si sarebbe trattato di giorni ma di mesi di attesa. Ci chiedevamo inoltre quale sarebbe potuto essere il comportamento dei pirati nei confronti dei componenti di un team si security, qualora fossimo stati catturati. Non esistono riferimenti storici da questo punto di vista e quindi le domande che ci facevamo in tal senso erano tutte senza risposta. Abbiamo ricevuto un encomio da parte del Comandante e della Compagnia di navigazione proprietaria della nave, mentre il Cte degli SBS ha voluto fare scambio di t-shirt con noi, (le loro sono del reparto e dell’Operazione Capri 2011 con il loro stemma con su scritto pirates being pirated, invece ad alcuni operatori del S.Marco incontrati una volta giunta in zona l’Andrea Doria, abbiamo lasciato i nostri berretti) ma il merito del buon esito va diviso fra tutti noi, il Comandante, gli ufficiali italiani, quelli russi ed ucraini che hanno risolto tutti i problemi tecnici e ci hanno dato una mano determinante. Insomma il nostro è stato davvero un grande equipaggio. Permettimi di aggiungere anche che il nostro ringraziamento va alla Marina Americana, a quella Inglese ed alla Marina Militare Italiana che ci ha fatto sentire a casa, come un grazie deve andare agli organismi competenti che sono stati vicini alle nostre famiglie. Per il resto, sono certo del fatto che non ci sia stato nessuno di noi che non abbia ripetutamente pregato e ringraziato il proprio Dio.

Alla fine di questo lungo racconto mi affollano la mente una serie di considerazioni strategiche e tattiche, che da sole richiederebbero una quantità di spazio altrettanto vasta, per essere analizzate in maniera esaustiva.

Mi riservo di discuterne insieme a voi alla prossima occasione, ma vorrei congedarmi lanciando una riflessione sulla futilità e la dabbenaggine dei pregiudizi che hanno sinora impedito a chi va per mare il semplice esercizio del diritto alla legittima difesa. Se gli operatori che abbiamo potuto ascoltare in questo racconto avessero avuto accesso all’utilizzo legittimo di armi, non vi sarebbe stata alcuna possibilità di successo da parte degli assalitori, ed in un momento come quello del rifornimento del loro motoscafo, non sarebbe stato verosimilmente necessario neppure sparare al bersaglio, ma potevano bastare alcuni colpi in prossimità dello scafo per far capire loro che quel giorno avevano sbagliato obiettivo. Se in altre simili circostanze si fosse potuta utilizzare una risorsa qualificata ed adeguatamente preparata, non si sarebbe arrivati a contare i quasi 500 ostaggi che si trovano, in alcuni casi da mesi, ancora sequestrati nelle roccaforti dei pirati.

In questi mesi continuo a raccogliere segnali preoccupanti riguardanti la reale volontà di dare un seguito all’intervento privato di risorse di security armata su navi battenti bandiera italiana. Personalmente ho sempre auspicato la presenza della Marina Militare, il cui contributo generale in termini di contrasto al fenomeno e di presidio dei corridoi di navigazione è irrinunciabile. Mi auguro però vivamente che possano essere prive di fondamento notizie che mi arrivano e che riguarderebbero la volontà da parte di alcuni reparti militari (ed udite, udite, di alcune Forze dell’Ordine che chiedono a gran voce modifiche alla Legge 130 che per ora li vedrebbe tagliati fuori) di entrare nel business della protezione armata delle nostre navi mercantili. Se il problema della difesa dei nostri confini marittimi e del contrasto a fenomeni di criminalità odiosi quali il traffico di esseri umani, di droga e di armi è ancora lungi dall’essere risolto e se è vero come è vero che le Forze che ogni giorno combattono questi barbari crimini, hanno sempre lamentato difficoltà in termini di numero del personale assegnato loro, di mezzi ed addestramento del medesimo, faccio davvero una gran fatica ad immaginare che si possano trovare le risorse per distogliere uomini, da quei compiti (istituzionali) per dedicarli a servizi accessori, per altro a pagamento. Vorrei poi proporre una riflessione, non senza partire da un presupposto: gli uomini e le donne delle nostre FFAA e di Polizia hanno tutta la mia stima e la mia riconoscenza. Trovo cionondimeno discutibile che Forze Armate e da domani forse anche di Polizia entrino in una dinamica commerciale ed effettuino servizi a pagamento staccando fatture in contesti di impiego che li dovrebbero vedere impegnati per il bene della comunità, senza ulteriore aggravio economico per la stessa. Perché vedete, se la contestazione che è stata sempre mossa alla mia categoria è stata quella di essere composta da mercenari, come potremmo allora definire le prestazioni di chi svolge un lavoro analogo indossando una divisa e percependo almeno in linea di principio due stipendi, uno dallo Stato ed un altro dai privati? Hanno pensato a questo passaggio così delicato, i comandanti che tanto hanno fatto in questi anni per far approvare il progetto dei Nuclei Militari di Protezione? La cosa che mi verrebbe da pensare è che forse, questo oltranzismo nei nostri confronti, non possa servire unicamente a tentare di tutto pur di non vedere un giorno gli odiati “contractors”, termine che di suo non significa altro che contrattisti, seriamente impiegati in prima linea a difesa di interessi nazionali e riconosciuti da uno status giuridico così come è per i nostri colleghi di altre nazioni alleate.

carlo.biffani@gmail.com